la copertina della collana
Monografie di artisti bresciani
Collana diretta da Luciano Spiazzi, volume 1 - Martino Dolci Novembre 1973

Martino Dolci

Anno di nascita 1912. Fa le elementari, fino alla quinta, in Castello, dentro le mura del Cidneo, scuola per gli irregolari. Giù una gran risata. Intanto c'è un vantaggio: la maestra lascia disegnare e colorare a piacimento, sparsi, quando il tempo è bello, nel parco centrale. Figlio di un "paler", di quelli che vengono dalla val di Magna, gente che va in giro a vendere utensili domestici, casseruole e il resto, compresi seggiolini e mestoli di legno, lanciando il grido di borgata in borgata. Personaggi dalla grande vitalità, robusti bevitori e, all'occorrenza, coraggiosi attaccabrighe. La prima residenza a Brescia è in Corsetto S. Agata, poi in vicolo Borgondio, da lì a via Giovita Scalvini, attraversando solo la strada...

Da quasi quarant'anni Martino è in vicolo Calzavellia, parallelo a quello delle case chiuse di lontana memoria. Il padre voleva andare in America, ci ha provato più volte, poi si è stancato e ha chiuso gli ultimi trent'anni nelle vecchie filosofiche osterie d'un tempo (ti citano anche Manzoni, quando meno te l'aspetti) almanaccando proverbi e ridacchiando tra sé. Lo sapete che la madre è una Malagodi di Cento di Ferrara, cugina del ministro? Si può non credere, ma sono coincidenze autentiche. Dotata di sensibilità musicale conosceva tutte le opere liriche italiane, una donnetta passata via lasciando ricordi limpidi, colmi di affetto e simpatia.

Dolci quando perde la madre ha cinquantasei anni, soffrirà come un fanciullo e non riuscirà mai a rassegnarsi. Quanto al vecchio, chissà che cosa gli passava per la mente dopo la scomparsa della moglie. Seduto di fianco del caminetto a fumare la pipa per ore e ore, o davanti alla finestra a guardare di là, verso il parco, con la gabbia del canarino poco più in su della testa. Il fratello Nanni, buon figliolo, personaggio singolare, hobby le carte e gli amici non si è mai sentito dire che sia venuto meno alla parola data. Martino, subito dopo la prima guerra mondiale, è già alle prese con quadretti piccolo formato. Sui vent'anni frequenta i corsi serali di pittura con i maestri volonterosi che si prestavano: il Cresseri, il Rizzi e altri. Il professor Vitale lo intuisce prima di molti e prende a comprargli opere. Anche Feroldi, il grande collezionista, non lo fa passare invano davanti al suo occhio sagace, come l'ingegner Padova o il Bignetti che ha pure i Carrà e i De Chirico in collezione, o il Sorelli, direttore della "Ugo da Como" a Lonato.

Martino farà anche lo scenografo per gli svaghi dopolavoristici di una grossa fabbrica bresciana. Non se ne ricorda il nome. E a ragazze? Doveva pur piacere in qualche modo. Alto e robusto. Piuttosto brusco ma in certi momenti scatenato come un torrente. Capace di fare e rifare a nuoto il tratto da Sulzano a Montisola battendosi il petto prima e, dopo, cantando a squarciagola. La mattina il quadro sul posto, il plein air come una necessità, poi la bisboccia in vista della sera che scende sul lago, l'acqua tenerissima, le marezzature, gli echi affievoliti, gli ulivi appena mossi dalla brezza. Periodo chiaro, periodo dei colori forti, periodo giallo, periodo di tutti gli altri messi insieme. Un imbroglio stilistico difficile da seguire cronologicamente. Ma l'unità di base c'è, totale, assoluta. Quella geografica di vicoli stretti tra gli uni e gli altri, lo sguardo sempre fanciullo, fortunatamente eterno, a coprire l'arco di una vita intera.

Nel '36 allorché infuriarono i circoli del dopolavoro e i maestri a scuola insegnano "libro e moschetto fascista perfetto", Martino con la bicicletta, la tavolozza legata al portapacchi e una tela piuttosto ampia, doveva parere una vela a guardarlo pedalare, è lì a ritrarre al centro di un'ampia fattoria il "podestà e la sua gente". Il vecchio e il nipotino in primo piano, di fronte, con il fiasco di vino ai piedi della sedia. Dietro stanno tutte le età: i fidanzati che si curano solo di se stessi, lei alla finestra con i capelli che scendono di lato, lui con la chitarra a rimirarla dal basso, gli altri impettiti a guardare l'artista, come in posa davanti al fotografo, la donna giovane con il bimbo in braccio, poi due personaggi un poco più anziani dietro, di lato c'è la nubile attempata che lavora sempre per tutti, più in fondo, a ridosso delle case, alcune fanciulle giocano a saltare la corda...

Pende in alto il filo della luce che s'aggancia alle caraffine sbilenche degli isolatori; deve aver piovuto da poco: allineati qua e là si scorgono vasetti a raccoglier l'acqua piovana, un azzurrino corre per tutto, l'aria frizza e qualche nuvolone si muove sulla campagna. Il muro delle costruzioni è greggio, a macchie continue, colore degli scarponi del vecchio che non conosce asfalto ma terra soffice. Anche il cagnolino nero in prima fila è compreso della scena, seduto osserva con attenzione dignitosa. Mancano i gatti. Incredibile per un pittore che ha amato tutta la vita i gatti, non un amore per compenso o carenza di affetti umani, ma una consuetudine di vita, il gatto vicino al focolare, senza orari, pigro e, quando gli aggrada, svelto, ruvido e pronto a lisciarsi contro le gambe di chi l'ospita.

Gatti immobili come idoletti, enigmatici, neri quali il Negus o soriani striati, tutto capiscono ma sono indipendenti, seguono con indifferenza il volo della mosca ma se la miserella si posa la zampata è fulminea. Una sedia, una scopa, un ombrello, un paio di gatti, ce n'è abbastanza perché Martino ne faccia una cantata. Fuori nelle piazze e al caffè urlano le vittorie sull'Etiopia e cantano "Faccetta nera". Martino, ritornando a casa dall'aver ritratto il "Podestà e la sua gente", dà una lisciatina al solo Negus che gli interessa, il micio nero nero. Non v'è parodia o altra sottigliezza. è di un altro pianeta lui, quello autentico, non gloria ma vino e canti, quattro fette di salame, pane ben cotto. Sghignazzate sulle feluche, su chi si crede importante quando si sa che ride peggio degli altri. E poi via, la gloria per l'interesse personale! Roba da lasciar perdere. Giovinezza giovinezza, primavera di bellezza! Dov'è se non negli occhi di una fanciulla che guarda di là dalla finestra e segue nei giorni d'uggia la riga dell'acqua che scende sul vetro? Ah! le finestre di Martino. Ti basta guardarle per capire che dietro c'è l'esistenza.

Martino Dolci nel 1928
mentre dipinge un altorilievo nella bottega della ditta Poisa
Macchè giovinezza e teschio. Dolci conosce solo la vita. La morte sventolata in bandiera è roba dei furbi. Il fanciullo Martino sa che non è una cosa seria. Poi, un giorno, mentre passa la guerra a tirar cinghia, incontra l'avvocato Gaudio. Chi racconterà le gesta di costui? Da principe del foro e fanatico di quadri sino a cambiar professione. E con che giustezza di movimenti procede nella nuova giovinezza, certo tra i più acuti amatori d'arte bresciani degli ultimi trent'anni.

Ha incontrato Dolci nella bottega d'arte del professor Vitale e tanto è bastato a mutar l'indirizzo di un destino. Si è messo anche in testa, piuttosto incautamente, di guidarlo sulla via del successo e della giusta valorizzazione dei suoi meriti. Addirittura intende elevarlo alla cultura. Andiamo a vedere Giotto. "Come! -dice Martino - Tutto qui? Anch'io sono in grado di fare quei pupazzi..." C'è di che disperare. Ma Dolci ad Assisi, tra una chiesa e l'altra, trova il tempo di tirar fuori dal pennello un paio di processioncine che vincono d'un subito lo sconforto. E quando si ritorna tra i battibecchi cittadini del nuovo e dell'antico, tra la tendenza all'astratto e il realismo socialisteggiante oltre le remore ottocentesche dei Bertolotti, Soldini, Barbieri e altri, Martino alza monumenti all'anguria, una intera di lato e poi due fette dalla polpa viva, rossa, fiammeggiante, su fondo bruno, immobile e colma di vita, succosa come quando si taglia fra amici e tutti aspettano che risplenda di fuoco, fresca e zuccherina, a togliere la sete dell'estate, nel capanno all'ombra lungo le strade o sul balcone tra due piante con i bimbi che guardano e hanno l'acquolina in bocca...

Al premio Michetti, sugli anni Cinquanta, con tanti pittori di grossa fama ci fece la sua bella figura proprio con l'anguria: un paio di fette, non di più, ma tanto bastava. Non che gli mancasse la merce. Avrebbe potuto spedirne un camion intero, seguito da un furgoncino di meloni dalla pelle giallo oro con l'interno color delle aranciate di basso rango.

Si prestò anche al contro-premio Città di Brescia, sullo spartiacque degli stessi anni, ma era più la cocciutaggine fervida e simpatica dei Vecchia e compagnia a spingerlo. Perché Dolci era lui, contro nessuno, solo se stesso. Più reale del reale ma sempre commosso. Davanti a una ciminiera o agli stabilimenti che cominciavano a crescere sopra Nave, tra le colline e il cielo a ritagli. Gli operai che si affaccendavano, i mazzi di fil di ferro nello spiazzo, il camion che va e viene, rossi, verdi, azzurri, bruni, gialli... una festa del lavoro. Come davanti agli artigiani delle vecchie fonderie, un calore che viene incontro, liberato nella luce che entra chiarissima dalla finestra. O sul cavalcavia ad osservare i treni che vanno e vengono. Il capostazione col berretto da ammiraglio e i ferrovieri attorno, ma soprattutto la locomotiva con lo stantuffo e il fumaiolo, scene da cappella laica, al dio ferro buono e benefattore. Non impressione alla francese, ma cieca fiducia nelle brave macchine dal fischio lungo e acuto. Oppure a guardare le lavandaie al lavatoio pubblico, quello dell'Aquila nera o l'altro dietro le Mompiani: sbattono, sbattono e di tanto in tanto qualche chiacchiera. Son colore dei muri e dell'acqua insaponata, gente che sa nella schiena curva il peso duna giornata dei poveri. Che epopea dei quartieri bassi, ma fuori degli schemi, degli ismi e del resto, perché vi assimila il pollaio con le galline sempre affaccendate e il gallo che se la spassa, o la scrofa che ha il suo da fare a badare ai porcellini ingrugniti nella paglia... Il tempo libero di Dolci son gli animali infatti, i pappagalli del giardino zoologico o le scimmie che saltano da un'altalena all'altra e i bufali e la zebra e gli altri compagni di prigionia.

Anche il suo canarino è un personaggio importante, la gabbia sulla finestra e il padre che fuma la pipa sempre contemplante. Una tavolozza per un uccellino morto. Il professor Vitale, ormai vecchissimo, badava a raccomandare alla figlia che quello era il testamento poetico di Martino. Colori insolitamente tenui, soffici, una tavolozza con le macchie dei suoi colori preferiti, smorzata, in attesa, un attimo di pausa senza malinconia, ma straordinariamente dosata. L'avvocato Pio Gaudio puntava invece il dito su di una giornata di pioggia, lungo una strada di campagna e due ragazzi sono fermi a discorrere, uno ha l'ombrello, l'altro invece la prende tutta e s'arrangia come può a coprirsi la testa, la maglietta gialla si inzuppa, ma i due non se la danno per intesa, hanno tante cose da dirsi proprio davanti allo steccato che chiude l'orto e la vecchia casa che l'acqua ha stinto in leggero rosatino, giusto giusto ad intonarsi al gran grigio dell'ora.

Altri hanno sempre detto meraviglia della "Curt dei Pulì", una gran cattedrale dal cielo scoperto, con le pareti interne a macchie che sono resti di antichi affreschi composti da piovaschi, sole e vento. C'è chi fa presente un cane assurdamente mansueto con il suo padrone, d'un tono solo, seduto, l'occhio antico, totalmente scoperto e impenetrabile nella capacità di attesa. Poi dicono: "Hai visto il vicolo Mille Fiori?". Stretto come un budello, il corridoio della tentazione a buon mercato - chi ha orecchie da intendere intenda - col voltino a mezza strada, un paio di "termini" sul principio e su, ma molto su, una striscia di cielo, da vedere quando il naso ti ci porta per sfuggir la fermentazione dell'orina. Quell'altro ha i melograni spaccati, belli come in De Pisis (chi era costui? - si domanderebbe Martino), due ferite incredibilmente allegre su di un pizzo chiaro di greggia e domestica fattura. E la cesta di frutta con l'uva e la stradina meglio di Utrillo, fiammeggiante di vitalità, e il cantastorie con l'armonica e la bambina che l'accompagna e il presepe oro e azzurro e color paglia e la stella cometa... Ma quanti sono i capolavori di Dolci? Forse tanti quanti i suoi collezionisti. Consci tutti che la pittura sarebbe andata avanti tranquillamente anche senza di lui, ma ognuno certo che nel proprio destino, senza lo stupore incantato di Martino, qualcosa sarebbe rimasto chiuso dentro irrimediabilmente. è poco per uno scolaro fortunatamente irregolare che si è messo a fare il pittore? L'autoritratto del nostro. "Perché non ti sei sposato, Martino?" "

la mamma Maria Malagodila mamma Maria Malagodi
90x110, olio, anni '70
C'era la mamma in casa, pensava a tutto, era la nostra famiglia..." "Sarebbe stato bene pensarci una quindicina d'anni fa!" "Certo, ma è il destino..." "Eppure ne hai avute di morose?"

Martino annuisce e sorride, ma non è di quelli che parlano molto. Quello che aveva da dire l'ha espresso con i colori e il pennello. Le chiacchiere preferisce tenerle per sé. Le non troppe volte che ha voluto ritrarsi s'è visto di fronte, massiccio, inerme, senza spavalderia, mezzo busto, privo di atteggiamenti da artista, tutto al più la "bigarola" sporca di colori e dietro, su un mobiletto, la tavolozza, gli occhi miti, senza scintilla di genio, ma fissi e spalancati come sanno esserlo quelli dei bambini, insondabili e completamente autentici. Magari una sensazione di smarrimento lo sorprende, perché un autoritratto è sempre coscienza di sé, del proprio esistere, della propria irripetibilità e quindi del salto inevitabile tra te e gli altri. Martino s'è portata attaccata addosso tutta la vita la sua infanzia, per questo la coscienza d'essere adulto lo sorprende e smarrisce. Oltre che coscienza del distacco da tutti coloro che ti stanno intorno, è consapevolezza del tempo, che la vita non è eterna. Poca pittura come quella di Dolci rifiuta la morte. La sicurezza dei suoi vicoli, delle sue stradine, della gente che si diverte intorno all'albero della cuccagna, dei suoi tetti rossi, delle barche quiete nello specchio d'acqua, dei suoi campi di grano... è totale, assoluta. è fede assoluta nell'ora e nelle stagioni. è pittura che non sopporta affatto sentimentalismi, languori spirituali, ispirazioni esistenziali.

Negli anni in cui il verbo di Sartre e dei militanti della filosofia esistenziale getta ragnatele di angoscia sull'apparir del sole e i gruppi si stringono nelle boites ad ascoltare canzoni in cui si accetta con lucidità la disperazione, crogiolandosi al contatto fisico dei copains, l'omaccione Martino stende aringhe e bottigliette d'olio e aceto, due uova al tegamino e un bel fiasco di rosso accanto. Infuriano i comizi. Per chi andrà a votare Martino? Ci vorrebbe un partito dei bonaccioni senza orario fisso, non troppo solerti, pronti a dimenticare, restii alla furbizia, goderecci, volontà così così, di pasta tenera e capaci di gran bevute. Il partito della gente sotto il pergolato per un po' di bisboccia perché il mondo allora pare meno brutto.

Bisboccia al Rosso o dalla Citria, e ogni tanto guardar giù ai mandorli. La Corea? Poveri Cristi tutti: coreani, cinesi, vietnamiti e l'armata americana. E parliamo del colore di Martino Dolci, quel che ha fatto dire all'avvocato Gaudio, ed era totalmente sincero, che solo il Romanino, brescianamente parlando gli sta alla pari.

Il pollo spennato
45x65, olio, anni '70

Non si chiedano a Martino composizioni accurate; le mele, le pere e il resto le dispone ad arazzo, perché accatastarle non è facile, le distanze si intuiscono più che vederle, il piccolo e il grande è relativo, qualche volta un muro va di sghimbescio, o il primo piano si stende come gli pare e piace... Se guardi il colore invece è di una giustezza infallibile. Rapporti esatti, anche gli accostamenti più azzardati, perché Dolci non indulge quasi mai alla pittura tonale, seppure gli riescano grigi straordinariamente delicati, è una stesura sovente a macchie sovrapposte e quando impasta il risultato è caldo, la dominante si fa largo con la forza, sopporta lo squillo dei colori puri, il rosso, il giallo, l'azzurro; e la luce che ne deriva non è essenza di chiarità leggere, ma accensione delle cose, una finestra che dà lume alla stalla e gli rispondono il filo d'oro della paglia, il manto del cavallo, le marezzature dell'anitra, la vivezza di un uccellino pettegolo. T'entra negli occhi con la forza d'un urto inaspettato, travolgendo fantasie e memorie. Investe tutti i sensi, obbligandoli al profumo di un campo di grano con i papaveri fragilissimi o facendoti toccare con mano le frattaglie di un povero pollo che ha ancora accanto la forbice calda del suo ventre ripulito.

A volte sembra prenderti al laccio del postimpressionismo con il tremolio delle foglie al luccicar del sole, ma improvviso ti riporta alla giocondità violenta d'un matrimonio strapaesano o ti inchioda all'immobilità assoluta di un animale fatto fuori dall'uomo... Eppure colore inventato, perché ha sempre una nota in più di quello reale, pur se discende da quello, perché Martino sa che la neve è azzurra, non bianca, e non ha mai fatto nevicate in studio, sempre fuori a gelarsi le mani, e quando non basta la gronda c'è sempre un amico a tenergli l'ombrello su tela e cavalletto. Colore inventato perché lì dentro sta tutta la sua stupefazione ingenua, la sorpresa continua di essere al mondo e in un mondo così variopinto.

La sua naiveté si trova spostata ad una scienza infallibile delle dosature cromatiche che Dio sa da dove gli viene, ma c'è, da verificare ogni volta e ogni volta incredibilmente ti attrae e affascina. Gioia per lo sguardo, ma sommuove la fantasia, come a lui, perché delle cose, con il solo linguaggio dei suoi tubetti, trova le ragioni più umili, più semplici, riuscendo ad un novellar pieno, colmo di gioia sana e robusta.

Con Martino Dolci si prende il treno, ma più che altro per andare alla stazione a rimirarvi il via vai. Il nero delle locomotive e il rosso del berretto del capostazione, qualche ciuffo di verde tra i binari, l'azzurro macchiato di fumo. Festa e nostalgie - diceva in un articolo di un quarto di secolo fa Ottorino Passarella "è proprio l'altalena fra l'esuberanza, primo impulso, e l'attenuazione delle voci il merito di Martino Dolci. Le sue tinte sono vivaci, gli accostamenti numerosi, le zone minute, come nel variare fantasioso di un prato cosparso di fiori multicolori; eppure il motivo, nelle opere più riuscite, parla di una strana lieve malinconia." Se per malinconia s'intende un contemplare appena appena velato di sogni il termine può andare, tanto è vero che quando sul treno ci sale il nostro va a Chioggia, la fiera permanente della gente di mare che vive alla salsedine senza i pericoli dei cavalloni minacciosi. La fila delle case come quinte di un palcoscenico, l'acqua appena mossa, dolce da guardare perché smuove lieve la fantasia, e ti viene voglia di chiacchierare con un amico di quel che è stato e si è perduto, senza dir tutto perché non si può, se non si vuol rischiare di sbagliare la misura. è questa la dolcezza di Martino, quella che lo distingue dagli artisti delle ultime generazioni, dell'ultima in particolare. La sua sincerità è a parole tronche, lasciando intendere, perché la comprensione avvenga attraverso i silenzi. Allora si coinvolge il sentimento e capirsi diventa un modo di amarsi. Non è che i nuovi arrivati non ce la facciano ad amarsi, ma hanno più bisogno del contatto fisico, dello stringersi addosso l'uno all'altro, del vivere in comune come un millegambe, più che della riservatezza come segno di animo gentile e quindi disponibile agli altri. Questione di qualche decina d'anni di differenza. Ma sono molti. Non si è mai visto però un giovane sogghignare davanti a un buon quadro di Martino. è una festosità delicata che prende anche loro. Poi correranno dietro agli slogans, generosi, dimentichi, incuranti. Nel vicolo di Martino i cortei non passano mai. Non passavano nemmeno l'altro ieri. C'era magari il commissario a tener d'occhio qualche porta. Ma da più di venticinque anni a questa parte nel budello stretto di via Calzavellia arriva solo il suono attutito dei megafoni da Corso Mameli e da via Dante, le due parallele che limitano il vicolo. I pochi rumori che s'alzano sono il vociare dell'osteria, il sibilo di una sega da falegname, qualche alterco a sera tarda, i richiami dalla strada dei campanelli a voce... Vecchiette non se ne vedono più in giro, o molto rade. Fuori del vicolo c'era la vedova Meli, fino a poco tempo fa, stendardo rattoppato ancora aperto ai ricordi. Poi una mattina s'è vista una lettera segnata a lutto sulla saracinesca della latteria. L'anziana Meli se n'era andata in quattro e quattr'otto. Un'amica in meno per Dolci. Un poco di solitudine in più per questo "genius loci", come di lui diceva Pietro Feroldi, per questo "orfano della pittura" con tutti i numeri, tanti, "per essere legittimato". Esiste un volto nel nostro tempo? Il voler andare oltre, fino in fondo, al limite della sconsacrazione totale. L'impietosità dello sguardo, la lucidità, il provare tutto... Martino capisce a fondo il significato d'un piatto di minestra, quant'è salutevole, la fatica che costa, la breve felicità offerta a chi lavora. Su quel piatto di minestra si incrociano gli sguardi. Basta così. La comunicazione è avvenuta. Il resto non è da dire. Non serve. Un tozzo di pane a garanzia di amore tra la gente. Martino ha dipinto presepi in ogni stagione della sua vita. Vividi, con oro e argento, la stella cometa, i re magi che arrivano dalla collina, la madonna e il bambino tutta una luce, i pastori con la pecorina al fianco. Portato in chiesa il suo presepe sale dritto a San Francesco, scavalcando Giotto e tutto il resto che ne è seguito. La fuga in Egitto è di chi deve, soffrendo, senza imprecare, cambiare i luoghi della propria infanzia per rifarsi un nido e mangiare ancora quel piatto di minestra. E già si sa che il giusto pagherà più degli altri. Crocifisso fra i ladroni su di un cucuzzolo senza ristoro di verde. Martino pittore religioso? Gli piace la chiesa del Carmine, così slabbrata, come un amico che si conosce da tanti anni, o quella più piccola di vicolo San Clemente. La messa alla mezzanotte di Natale, il culto dei cari scomparsi, la convinzione che ci si può voler bene. Gli dà fastidio il tam tam delle chitarre elettriche nella navata centrale. Preferisce le nenie sulla melodia delle zampogne. Poi il bicchiere all'osteria riandando al "pace agli uomini di buona volontà". Pastore errante anche lui, nelle strade vecchie a macchie improvvise come sentieri irregolari di campagna, zufolando di quando in quando, sotto i lumini del cosmo.


Luciano Spiazzi
Dalla monografia "Martino Dolci" - Grafo Edizioni, 1973
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